Fools Travel – InstaTrip a New York

Fools Journal la scorsa estate è stato a New York. Tutti dovrebbero passare almeno un’ora della propria vita a New York. È il concetto stesso di “mondo” ad allargarsi improvvisamente: non esistono più razze, colori, barriere, tendenze. Oppure sì, è proprio il contrario. Esiste tutto, ma insieme, contemporaneamente, ognuno con le proprie peculiarità, ognuno che porta qualcosa di prezioso e insostituibile in questa grande pazza incredibile metropoli. In cui si passa dai grattacieli infiniti di Midtown alle piccole palazzine con le scale antincendio del Greenwich Village, dai negozi scintillanti della Fifth Avenue alle vie acciottolate dell’East Village piene di localini in cui entrano massimo 10 persone, dai rumori assordanti di sirene e cantieri ad un concerto improvvisato di jazz all’angolo della strada. Ecco alcune immagini!

Foto e testo di Daniele Messina

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Pillola#194 – Alberto Angela

Alberto Angela

“Sono nato nel 1962. Non ho mai vissuto una guerra. Ho conosciuto la guerra fredda, il rischio di un conflitto, ma mai la guerra. Ho avuto la fortuna di vivere nel periodo più pacifico della Storia d’Europa. 70 anni di assenza di conflitti, a parte quello triste e cruento dell’ex Jugoslavia.
Io non so cosa significhi vivere sulla propria pelle le privazioni di una guerra: la fame, i bombardamenti, la morte dei tanti a cui vuoi bene. E non conosco, perché non l’ho vissuta, una dittatura. Non so cosa significhi vivere in un Paese che da un giorno a un altro vara le leggi razziali, in grado di modificare e stravolgere la vita quotidiana.
Leggi che fanno diventare improvvisamente il tuo vicino, il tuo negoziante che ogni giorno ti vende il pane, il tuo maestro, ma anche i tuoi genitori, e te stesso, cittadini diversi. Privati di tante libertà di base che noi consideriamo scontate.
Persone normali, dunque, come voi e come me, a cui la società chiude le porte senza appello. E tutto intorno a loro, a parte qualche eccezione, c’è solo indifferenza e silenzio.
Accadeva esattamente 80 anni fa, in un Paese come il nostro da sempre capace di accogliere a braccia aperte culture e religioni diverse.
Da quel momento chi ha un credo diverso entra nel mirino dei persecutori, viene prima individuato, poi discriminato e infine catturato e mandato in un campo di sterminio.
Io non ho conosciuto tutto questo, come gran parte di voi. Ma c’è sempre il rischio che i volti bui della Storia riappaiano. L’unico modo per evitarlo è conoscerla, la Storia.
Raccontarla. Perché con l’alternarsi delle generazioni tutto viene stemperato e gradualmente dimenticato. Rimane solo nei libri. Ma non basta. Sono pagine terribili, ma troppo aride.
E allora bisogna entrare in quelle pagine e farle parlare. Ritornare nei luoghi, ritrovare i portoni dove i nazisti hanno strappato mamme padri e bambini, salire nei vagoni per capire come hanno viaggiato per giorni infernali e infiniti, entrare nei campi di sterminio stringendoci a loro, nelle loro paure, nelle loro angosce, nel loro infinito amore per i cari dai quali erano stati separati, mostrando tutta la crudeltà inconcepibile di una macchina della morte messa a punto dai nazisti per cancellare la vita di milioni di persone. Capire come si cercava di sopravvivere, là dove la sopravvivenza non era prevista, e come tantissimi, la maggior parte, sono morti. Sono loro a chiederci di non essere dimenticati (ma come sarebbe possibile?) Per l’atroce destino che hanno subito. E anche perché il loro sacrificio possa salvare tanti innocenti in futuro.
Ad aiutarci, in questo, ci sono i sopravvissuti, coloro che hanno vissuto sulla propria pelle la deportazione e i campi di sterminio, facendoci capire realmente questi tragici eventi, con le loro parole, le loro testimonianze, le loro emozioni.
La memoria è il più potente vaccino contro gli abissi della Storia.”

Alberto Angela – 2018

Manchester: l’ingresso di uno showroom è ad illusione ottica

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Un pavimento storto, con buche e ondulazioni, all’entrata di un negozio? Sembrerebbe di sì, ma in realtà si tratta solo di una riuscitissima illusione ottica. Stiamo parlando dell’entrata dello showroom Casa Ceramica, a Manchester, che induce i passanti a rallentare per evitare di cadere. Ma in realtà non esiste nessun pericolo di caduta: il pavimento, composto da 400 piastrelle in porcellana, è opera di un gruppo di designer ed è liberamente ispirato ad “Alice nel Paese delle Meraviglie”. A completare l’opera, l’artista inglese Myro Doodles ha realizzato sul muro laterale delle illustrazioni con delle citazioni dal libro “La Fabbrica di Cioccolato” di Roald Dahl e dal poema “This is the Place” di Tony Walsh per commemorare le vittime dell’attentato terroristico dello scorso maggio.

Pillola#193 – Asia Argento

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“Questo dito medio è per tutti gli italiani – ripeto: italiani, che accusano di essermi cercata la violenza subita da ragazza perché non sono scappata e perché non ho denunciato prima. E’ colpa di persone come voi se le donne hanno paura di raccontare la verità. Dal resto del mondo ricevo solo parole di solidarietà e conforto, nel mio paese vengo chiamata troia. Vergognatevi, tutti. Siete dei mostri.” – Asia Argento

Le incredibili fotografie macro che evidenziano la meraviglia delle piume di pavone

Il fotografo turco Can Tunçer ha praticato la fotografia macro per circa 7 anni e recentemente ha realizzato un progetto che immortala in maniera incredibile le sfumature di colore presenti nelle piume dei pavoni. Utilizzando tre diverse lenti ad un ingrandimento 10x, 5x e 3.7x, il fotografo è riuscito ad esplorare la bellezza colorata di queste piume incredibili, che da secoli hanno ispirato artisti e designer di tutto il mondo e in molteplici ambiti. Nell’arco di due settimane, Tunçer ha scattato oltre 1.500 immagini, ritraendo i particolari di ciascuna piuma, per poi combinarle e arrivare alla realizzazione di un’unica immagine finale: ogni singola immagine utilizza dunque circa 40 diverse macro fotografie. Chapeau!

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Le illustrazioni che dimostrano come esistano due tipi di persone al mondo

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L’illustratore João Rocha sostiene che, nel mondo, esistano due tipi di persone. E per dimostrarlo, ha realizzato una serie molto divertente intitolata “2 Kinds of People” in cui mostra quei piccoli dettagli che, sostanzialmente, dividono le persone in due categorie ben precise. Chi dorme con le finestre aperte e chi con le finestre chiuse, chi aggiunge prima i cereali o prima il latte, chi ha il telefono pieno di notifiche e chi ha tutto ordinato, chi mangia la pizza dall’alto e chi dal basso. Voi, in quale categoria vi identificate?

Essere gay e arabi: “Ultimo giro al Guapa”, l’intenso libro di Saleem Haddad

Saleem Haddad

In una grande città mediorientale affollata e infuocata, il giovane Rasa si appresta a vivere un giorno di svolta nella sua vita: quello in cui la nonna – con cui condivide la casa – lo scopre a letto con il suo amante, quello in cui il suo migliore amico viene arrestato in quanto omosessuale, quello in cui riscopre la sua passione politica che lo aveva portato a vivere attivamente la primavera araba, quello in cui scopre il volto del terrorismo, quello in cui deve fare i conti con la sua Eib – la vergogna – di essere arabo e gay, quello in cui deciderà cosa fare del suo amore nascosto, quello in cui ricomporrà i pezzi del suo passato familiare per emanciparsi definitivamente da esso. “Ultimo giro al Guapa” (Edizioni E/O) di Saleem Haddad è tutto questo: un affresco appassionato, intenso e sincero delle varie sfumature che compongono la vita di un ragazzo arabo e il rapporto con l’Islam, con la politica, con la propria sessualità e con le convenzioni sociali e familiari.

Sfidando i luoghi comuni che spesso accompagnano la narrazione del mondo arabo e dell’Islam, Haddad ci porta per mano nella realtà multi sfaccettata e multicolore del Medioriente. La città in cui è ambientato il romanzo, ad esempio, non è mai specificata. Potrebbe essere Beirut ma anche Il Cairo, Gerusalemme, Damasco, Amman: ci sono elementi che ci possono facilmente condurre nelle strade di ciascuna di esse. Siamo nel pieno della primavera araba, o almeno nel momento immediatamente successivo: quando le speranze di riscatto del popolo sono state tradite, colpite e nuovamente represse. La scelta dell’autore di non parlare esplicitamente di un luogo preciso è stata fatta perché voleva che la trama non fosse soffocata da una lettura politica e che il focus restasse sul protagonista, Rasa, e i suoi comprimari: sulla sua ricerca di identità, sul suo sentirsi ‘fuori posto’ ovunque, sulle relazioni sociali, sul peso che il tentativo di ribellarsi all’ordine precostituito ha significato per molti ragazzi arabi.

Ed è proprio questo il pregio del romanzo: non focalizzarsi su una lettura politica di un importante momento storico ma raccontare l’Eib, quella parola araba che indica la vergogna e il pudore, un vero e proprio codice sociale forte ed interiorizzato, che guida ogni rapporto sociale e legame nella comunità araba. L’Eib sottintende qualsiasi comportamento, parola e pensiero, e così è anche per Rasa: cosa è libero di fare? Cosa è libero di provare? Cosa è libero di vivere? Come verrà percepito da sua nonna Teta, figura monumentale e conservatrice, che racchiude in sé i mille volti multiformi e complessi dell’Islam? Come verrà percepito dai suoi colleghi universitari negli Stati Uniti, quando improvvisamente – dopo l’11 settembre – il suo essere arabo lo costringerà a fare i conti per la prima volta con le proprie origini? Come può vivere, nascosto, la storia d’amore con Taymour, l’uomo della sua vita, prossimo ad un matrimonio combinato, in una società che non accetta, anzi opprime assolutamente, l’omosessualità?

“Ultimo giro al Guapa” è dunque il racconto di un giovane uomo che è alla ricerca del suo posto del mondo, della sua identità, e che finalmente inizia a dare un nome alle sue sensazioni. Un giovane uomo che capisce come non ci si possa mai definire completamente, come non si possa mai appartenere totalmente ad un luogo, come non si possano mai controllare i sentimenti, le passioni, i legami. Un giovane uomo che impara a stare al mondo e, con esso, a cambiare.

Ultimo Giro al Guapa

I colori elettrici delle città asiatiche

Per ben otto anni, il fotografo francese Yann Lecoeur ha percorso le città asiatiche e ha catturato i colori elettrici delle sue strade. L’artista francese, che è anche ingegnere del suono, è considerato “l’oreille d’or” della fotografia francese per quella capacità di riuscire ad immortalare i suoni, i colori, i motivi di un luogo semplicemente “sentendo” la sua atmosfera. Date un’occhiata!

https://www.instagram.com/malakyte_studio/

Pillola#192 – Bebe Vio

Bebe Vio

“A 11 anni ho pensato al suicidio. Ma forse in realtà neanche capivo veramente il significato. Ho chiesto ai medici di uscire prima dall’ospedale perché era il mio compleanno, mio papà a casa mi faceva le medicazioni ma non avevo la morfina. Mi faceva molto male, urlavo ‘perché a me, perché a me’ e volevo suicidarmi. Mio papà mi ha chiesto ‘E come avresti intenzione di suicidarti?’ e io ‘Ora mi butto giù dal letto’. Ammetto di avere un letto americano, quindi è molto alto, ma ovviamente non abbastanza. Faccio per buttarmi giù, lui non ci credeva, mi ha preso al volo e mi ha rilanciata su e poi mi fa: ‘Bebe scusami, buttandoti giù dal letto non ti suicidi ma ti fai ancora più male e poi vieni a me a rompere le palle. Se vuoi me lo dici, siamo al secondo piano e ti porto alla finestra. Se ti butti da lì è sicuro’. Io rimasi così: avevo 11 anni, volevo suicidarmi e mio padre mi diceva ‘Guarda, il letto non funziona, se vuoi ti porto alla finestra’. A quel punto mi disse: ‘Bebe, ma non rompere le palle che la vita è una figata!’. E io sono rimasta lì a pensare che la parte dura era finita e a quel punto era tutto relativamente in discesa. È stata questa frase a illuminarci”. – Bebe Vio